Un frantoio ipogeo a Presicce (Foto di Paky Cassano)
24 aprile 2017
Un frantoio ipogeo a Presicce (Foto di Paky Cassano)

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I frantoi ipogei del Salento / Presicce e Specchia


Si vive nelle terre del Salento un candore del silenzio, soprattutto nella borghese Presicce, espressione del passaggio dalla vecchia aristocrazia alla borghesia economica. Anche a Specchia rimane intatta l’armonia esteriore delle forme. Una certa mediterranea grandezza.

Piazze calde, vaste, nutrite di pensiero e pensieri: la trasposizione plastica dei quadri di De Chirico. E sotto questa solenne atmosfera, ci sono le viscere che scandiscono i ritmi di una storia agricola che viene da lontano. I frantoi ipogei sono la caratteristica principale di questo volitivo territorio.

La celebre pietra leccese permette di essere scavata: così, sotto terra, dove l’economia si concilia con la geologia, sono nascosti, ma sempre più visitabili, gli spazi del passato. Un mondo di tradizioni che a Presicce è custodito nel Museo della civiltà contadina.

Dalla civiltà delle case-grotte, perforabili grazie alla leggerezza del tufo o della pietra calcarea leccese, con evidente risparmio rispetto all’edificazione all’aperto, nasce l’idea dei cosiddetti «trappeti a grotta». Una mite temperatura costante li rendeva ambiti utili per trattare le olive e realizzare l’olio.

Un tratto distintivo di questa civiltà, che ha origine nel Neolitico e arriva sino ai tempi nostri, era anche la contiguità tra uomo e animale, oggi ovviamente abbandonata.

Da ottobre a marzo, i trappetari insieme alle bestie portavano avanti un lavoro durissimo, estenuante. La ciurma era la squadra di lavoro e nachiru era detto il capo, con evidente allusione alla terminologia marinara. Non può escludersi, infatti, che chi lavorava le olive in altri tempi dell’anno non operasse poi anche sul mare.

Due i tipi di torchio, entrambi in legno: uno «alla calabrese» e l’altro «alla genovese», più moderno del primo e assai più diffuso dal Settecento. Nel 1816 Presicce contava ventitré ipogei, segno di dinamismo e crescita. Abbiamo visitato quello di mesciu ‘Mberto e il circuito sotterraneo dei frantoi di piazza del Popolo.

Dei diversi ipogei di Specchia ne sono visibili quattro, ben conservati. Siamo stati in quello del monastero dei Francescani Neri (interessante anche per i pregevoli affreschi e la cripta) e in quello, più vicino al centro, bellissimo e sinuoso, noto come «Scupola». Terre bellissime, queste, con paesaggi mozzafiato, attorno ai piccoli rilievi delle Serre salentine, unici rilevabili picchi d’altitudine in queste zone.

Se Presicce è relativamente da poco in corsa per un’idea di viaggio che valorizzi la sua anima, Specchia è già da tempo città pienamente integrata nella propria crescita e valorizzazione.

Il regista Edoardo Winspeare vi ha ambientato scene del suo film Sangue Vivo. Resiste all’incuria il segmento di Specchia di una importante strada del passato, la via Sallentina, estensione della via Appia o, secondo altri, della Traiana-Calabra, che collegava i maggiori centri della Messapia. Una strada rilevante anche in età cristiana per i pellegrinaggi verso Leuca e il suo santuario.

Presicce e Specchia, allora, come lascito di quel mondo rurale che cercava riparo, sollievo, consolazione. Un lascito che ci si augura sia sempre da ispirazione e monito. Una sorta di irrinunciabile passo comune per un Meridione d’Italia che ha bisogno di ricomporre un suo percorso identitario. Un cammino storico e culturale che trova nelle pagine legate all’agricoltura il suo capitolo forse più importante.
Marino Pagano


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