Madonna della Gatta, Federico Barocci, 1598 circa, olio su tela, Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti
29 dicembre 2023
Madonna della Gatta, Federico Barocci, 1598 circa, olio su tela, Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti

Prima pagina

La leggenda della Gatta nel Presepe: i gatti soriani, la Madonna e i segni divini


Si racconta che la notte di Natale, quando Gesù è nato, nella stalla insieme a Maria, a Giuseppe e all’ asino e il bue, ci fosse anche una gatta tigrata. Come tutti gli altri animali, anche la micetta voleva avvicinarsi alla mangiatoia dove dormiva Gesù Bambino per riscaldarlo e dimostrare il suo affetto facendogli le fusa. La gattina era gravida e quella stessa notte partorì i suoi cuccioli nella grotta, Maria si avvicinò e con tenerezza le accarezzò la fronte: da quel giorno tutti i gatti tigrati come lei hanno stampata sulla loro fronte la emme (M) di Maria.
 
Si dice che fu proprio questo segno divino a salvare il gatto tigrato, detto anche soriano europeo, dagli inquisitori che lo reputavano sacro proprio per la M sulla fronte, mentre un’altra leggenda narra che Maria era cresciuta con un gatto soriano in casa e lo avesse già segnato in precedenza. 
Ma, leggende a parte, possiamo tutti notare, in alcune opere d’arte che raffigurano la Nascita di Gesù e l’Annunciazione a Maria, la presenza di un gatto, da sempre simbolo di forza, di fertilità sacra (così come nell’antico Egitto) ma anche di mistero e sensibilità. E’ raffigurato addormentato, che presiede tranquillo l’avvenimento, ma anche spaventato come se percepisse, grazie al suo sesto senso, l’angelo invisibile alla stessa Maria.

L’immagine che accompagna l’articolo (in alto) è un’opera di Federico Barocci, realizzata probabilmente sul finire del XVI secolo. Un’opera di grande fascino con molti personaggi: a destra Elisabetta, che va a trovare Maria dopo la nascita di Gesù, al centro Maria e il Bambino. Il piccolo Gesù riposa in una culla che Maria sta facendo dondolare dolcemente, mentre con la mano destra regge un piccolo libro, forse di preghiere, o chissà, di storie da leggere al suo bambino, e sorride ai nuovi arrivati. Dietro a lei sta in piedi Giuseppe, che solleva la tenda come per invitarci ad entrare. Ma non è solo Giuseppe ad invitarci… Elisabetta, infatti, ha portato con sé anche suo figlio, il piccolo Giovanni, di pochi mesi più grande di Gesù. Elisabetta lo sorregge e quasi lo spinge, ma Giovannino sa perfettamente chi è quell’altro bambino disteso nella culla, tanto che girato verso di noi ce lo indica col braccio disteso. Giovannino, il futuro Battista, porta addosso già i simboli di Cristo, «Ecce Agnus Dei», ecco l’Agnello di Dio, ed è accompagnato anche dal papà Zaccaria, che osserva attento la scena.

Dalla finestra aperta si vede un panorama sereno, prati e cielo di primavera, e un bellissimo palazzo. Il panorama è uno scorcio di Urbino nel 500, proprio la città di Barocci, e forse anche la stanza è quella di casa sua, simile a quella di tanti altri. L’artista ci proietta così in una dimensione quotidiana della Fede, semplice e felice, ricreando e facendo rivivere la bellezza della famiglia di Nazareth nella casa e nel cuore di ognuno di noi.

Infine la gatta, proprio lì, al centro del dipinto: distesa sulla veste di Maria con i suoi cuccioli, alza la testa verso i nuovi venuti, ma senza aggressività, senza timore, come per accoglierli anche lei… Un piccolo ma universale simbolo di maternità, di pace e amore universale, che dimostra come tutto il Creato partecipa e condivide la gioia del Natale. Un particolare così tenero e amorevole che questo dipinto ancor oggi è noto proprio come la Madonna della Gatta.

Annamaria Persico  (articolo già pubblicato su Reportage il 27 dicembre 2019)


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