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24 giugno 2022

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La magica notte di San Giovanni in Calabria, tra fiori, magare, compari e «cummari ‘i mazzettu»


Da tempo immemorabile il 24 giugno, giorno in cui la Chiesa cattolica celebra San Giovanni Battista, è una festa particolare in cui venivano celebrati riti purificatori e propiziatori di cui ancora rimangono tracce, manifestazioni antichissime che non sono altro che le antiche feste pagane del solstizio d’estate alle quali nel tempo si sono sovrapposti i riti cristiani.

La notte è magica tra il 23 e il 24 giugno quando nel solstizio d’estate il Sole, simbolo del fuoco, entra nel segno del Cancro, dominato dalla Luna cioè dall’acqua. Tale simbolico matrimonio tra le due forze più importanti della natura rendeva piante e fiori particolarmente potenti e veniva festeggiato da tutte le genti a tutte le latitudini.

In seguito, nei paesi cristiani, diventò San Giovanni Battista, che aveva reso l’acqua purificatrice di ogni male, colui che presiedeva agli antichi riti riguardanti il prezioso liquido.

Nella notte di San Giovanni, secondo tante antiche leggende, le streghe si impossessano dell’aria intorno ai villaggi e si possono allontanare solo con riti propiziatori come gli strepiti dei tamburelli e di altri strumenti improvvisati, con gli scongiuri oppure accendendo dei falò. Discende direttamente dalla spina solstitialis dei Romani, raccolta di fiori spinosi ed erbe con cui si chiedeva il favore degli Dei, la tradizione calabrese dell’erba di San Giovanni, alla quale i calabresi affidavano il potere di fugare i demoni.

Si tratta di un semplice mazzetto di erbe officinali raccolte nella notte magica, usata anche da altri popoli d’Europa per questo scopo e che appariva nelle formule magiche dei druidi e delle streghe, composto in genere da artemisia, ruta, aglio selvatico, iperico, menta e altre, a seconda dei luoghi.

In molti paesi un tempo si usava lasciare all’aperto nella notte di San Giovanni una bacinella con le erbe raccolte e acqua, con la quale poi lavarsi e purificarsi il mattino dopo. Era tradizione anche raccogliere le noci per farne il nocino, il liquore medicamentoso, e i fichi selvatici, antichissimo simbolo di abbondanza, per uso fitoterapico.

La ricorrenza del 24 giugno era per i calabresi la festa dell’amicizia, della grazia e dell’abbondanza. Inviare dei mazzi d’erba di San Giovanni era segno di buon augurio e voleva essere un gesto di pace e di fratellanza, i legami che si stringevano con l’invio di questa erba fiorita potevano durare tutta la vita e unire le famiglie con un vincolo più forte di quello che esisteva fra parenti. Da qui infatti nasce il termine Sangiuanni per indicare il comparaggio tra famiglie per battesimi e cresime.

La richiesta di fare da padrino o da madrina agli interessati avveniva proprio il giorno di San Giovanni e da tradizione non si poteva rifiutare per nessun motivo, in quanto volontà divina. La richiesta era accompagnata dai fiori, confetti e frutta posti su un vassoio, col tempo arricchito, se si portava ad una donna, da piccoli doni come un fazzoletto ricamato, un fermaglio o un oggetto per la casa.

Il dono veniva ricambiato alla famiglia pochi giorni dopo, per la festa dei Santissimi Pietro e Paolo, con altrettanta generosità, ovviamente adeguata alle possibilità della famiglia. Da quel momento il legame diventava indissolubile, comportava rispetto, protezione e affetto per tutta la vita, perchè, come recita un antico detto «u Sangiuànni ’un si minta sutta i pèdi», cioè il sacro legame non si deve mettere sotto i piedi, e va rispettato.

Molto bella anche la tradizione calabrese femminile di regalare mazzi di fiori ed erbe selvatiche (lavanda, iperico, melissa) nel giorno di San Giovanni che le donne regalavano ad altre donne, gesto simbolico molto importante. Le prescelte diventavano cummari ‘i mazzettu, legame che si stringeva con l’invio del mazzetto di fiori, chiamato anche ramajjhettu, usanza così diffusa che anche le bambine lo facevano con le bambole scegliendo la comare di bambola.
Anche qui con i fiori si portavano piccoli doni personali come pettinisse (fermagli per i capelli), nastri o un fazzolettino ricamato dalla commare stessa, posti sulla guantiera, un vassoietto preparato per l’occasione. Da quel momento le donne erano unite in un legame anche più forte di quello di sangue, una vera sorellanza d’altri tempi.

Secondo la tradizione il giorno di San Giovanni favoriva anche i fidanzamenti. Le madri regalavano alle figlie pupattole fatte con fiori ed erbe intrecciate che era un augurio di maternità mentre le ragazze in età da marito la sera precedente lasciavano un albume d’uovo in una bottiglia e dalla forma che assumeva nella notte traevano presagi, oppure bruciavano un cardo selvatico e se la mattina dopo lo trovavano di nuovo verde, era segno che sarebbe arrivato presto un pretendente.

Un altro uso dell’erba di San Giovanni era quella di metterne un pizzico, insieme ad un grano di sale e alla «figurella» del Santo Patrono, nell’abitino (un sacchettino di stoffa) che fin da neonati si portava cucito addosso per allontanare i pericoli.

In tutti i paesi le «magare» conoscevano i segreti dell’erba di San Giovanni che si credeva avesse il potere di allontanare i demoni, ma anche di evocarli, potevano insidiare i bambini nelle culle, eccitare l’odio o l’amore, produrre malattie, gettare il malocchio su uomini e animali.

Proprio la notte di San Giovanni la magara poteva insegnare ad altre donne gli scongiuri e le formule magiche per essere preservati dalle influenze negative. Nelle abitazioni delle nostre nonne fino a non molti anni fa si potevano ammirare i mazzetti di erba di San Giovanni, in genere posti dietro le porte d’ingresso delle grandi cucine di un tempo, a proteggere la casa e i suoi abitanti.
Annamaria Persico (articolo già pubblicato su Reportage il 23 giugno 2016) 


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