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23 agosto 2016

News Lamezia e lametino

Lettera aperta all’Amministrazione comunale e alla cittadinanza di Castagna e Carlopoli


Ieri pomeriggio è accaduto un fatto che mi spinge oggi a scrivere questa lettera.

Avevo deciso di fare una passeggiata per i vicoli del Pizzu Suttanu di Castagna: con l’intenzione di fare qualche foto, ho agguantato la reflex e sono uscita. Intorno alle 7 ero ormai al Margio e pensavo di andare a casa, quando la persona che era con me mi ha detto «Vuoi andare a vedere la scuola?» ed io meravigliata ho chiesto «Ma perché? Si può entrare?».

Sì, si può entrare e senza scavalcare cancelli o passare per le finestre: entri dal cancello sul retro, fai il giro del giardino ed entri comodamente a scuola dall’ingresso principale.

Varcata la soglia e date due fugaci occhiate a destra e a sinistra lungo il corridoio il primo pensiero che m’ha assalito è stato «Mi viene da piangere».
«Andiamo nell’aula in fondo, vediamo se c’è ancora lo scheletro».

Entriamo.

Ora io non ho avuto la sfortuna di vedere una scuola dell’Africa nera o una scuola saccheggiata e bombardata in Libano, ma considerato che non siamo in guerra o durante un’occupazione militare, lo scenario che mi si è parato davanti era inquietante: armadietti spalancati e tutta una serie di scartoffie a terra.

L’impegno nello svuotare e scaraventare a terra quegli armadietti è stato così tanto che per attraversare la stanza non cammini sulle mattonelle, cammini sulle insegne, sui quaderni, sui registri. Registri che sono reperti storici perché rievocano annate del ’50, del ’60…

Lo volete sapere qual è stata la sensazione mentre camminavo sui registri? «Sto calpestando una parte di storia del mio paese».

A dire il vero, una metafora non troppo lontana dalla realtà: cosa ne pensate voi di un paese in cui è permesso a quattro vandali di entrare nella scuola, saccheggiarne i locali per il solo gusto di un’azione trasgressiva?

Io dico che dietro la ragazzata c’è un significato più profondo in nome del quale qualcuno avrebbe dovuto intervenire e far la voce grossa: chi saccheggia una scuola si fa beffa del fine stesso cui essa è preposta, l’educazione e la storia.

Con il risultato, infame, che tanto i vandali – ma da loro non c’è da aspettarsi altro – tanto chi se ne sta inerte a guardare senza un briciolo di indignazione calpestano l’emblema più importante di civiltà: LA SCUOLA.

In quella scuola si sono formate generazioni e generazioni di castagnesi: è la scuola in cui hanno studiato mio nonno e i suoi fratelli, mio padre e miei zii, mia sorella ed io. Gran parte delle storie di Castagna che ho sentito da bambina ruotano intorno alle personalità del maestro Carlo, della maestra Ines e del maestro Carmelo.

La scuola di Castagna era diversa dalle altre, era in qualche modo una piccola isola felice, non stretta nelle burocrazie inutili e questo la rendeva bellissima.
Non avevamo un’aula magna e di conseguenze le recite di Natale si facevano nel corridoio e coinvolgevano tutta la scuola, dall’asilo alla V elementare.

In aula avevamo una vecchia e scolorita carta geografica dov’era scritto «Ex Jugoslavia» e fu enorme lo stupore di tutti quando arrivarono le cartine nuove a colori sgargianti. Quando iniziavano le belle giornate a maggio i maestri ci portavano fuori: andavamo a Petru Giuanni, all’Osservatorio.

Il luogo protagonista dei nostri ricordi di bambini è stato violentato.
INDIGNAMOCI.
Daniela Arcuri


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