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22 ottobre 2026

News Lamezia e lametino

SANITA’ LAMEZIA. Liste d’attesa, lettera aperta: «U vurdu nun cride a ru dijiunu (il sazio non crede al digiuno)»


In Calabria il servizio sanitario e socio-sanitario, limitatamente a chi i Santi non ce li ha in casa ma li prega in Chiesa, evoca un detto “U vurdu nun cride a ru dijunu” (il sazio non crede al digiuno); dalle nostre parti questo aneddoto, segnala il disagio ormai permanente dei poveri che ancora militano nel nostro corpo sociale: gli anziani soli, i malati, gli stranieri e i loro bambini. Eravamo agli inizi di marzo del 2025 quando resi pubblica una mia infelice esperienza personale nella sanità pubblica in Calabria che segnalava una piaga, purtroppo ancora non rimarginata, delle lunghe, per non dire interminabili, liste di attesa. Su suggerimento del medico di famiglia provai, tramite il Cup provinciale, a prenotare una serie di accertamenti strumentali e visite specialistiche per dare qualche risposta diagnostica al cuore che iniziava a balbettare, al colon irritato, al colesterolo che cominciava ad ostruire i vasi sanguigni.  Di sei richieste di prenotazione, solo due andarono a buon fine perché, per quattro di esse, i calendari, che oggi chiamano saturi, erano inesorabilmente bloccati.  Morale della favola: quando le condizioni cliniche di un paziente senza Santi in paradiso, sono a rischio e si aprono per lui le porte dell’emergenza di un Pronto Soccorso sempre se ha la fortuna di arrivarci vivo, qualche remota speranza di uscirne la può anche nutrire.

E se ci arriva vivo, dopo lunga Odissea, non è detto che ci arrivi facendo la pace con i suoi malesseri e con le liste di attesa finalmente decapitate; capita anche che le ambulanze per gli interventi di emergenza ed urgenza arrivino tardi e, troppo spesso, quando arrivano non c’è l’ombra di un medico a bordo. Tutto ciò, a mio parere, accade perché la sanità territoriale, che dovrebbe avere una funzione di prevenzione del ricorso alle emergenze, è come un treno a carbone che non riesce, carente di risorse, a raggiungere l’utenza bisognosa in tempi ordinari. Faccio riferimento a due recenti episodi degni di nota che ci dicono che poco è cambiato rispetto a prima, non tanto per fare la pace con il male di vivere, ma per ripristinare un minimo di fiducia verso un sistema sanitario pubblico che della nostra salute dovrebbe farsi carico.

Qualche giorno fa ho contattato il CUP provinciale per un eco (color) doppler ai tronchi sovraortici ad una mia familiare. Esito della richiesta, in perfetta continuità con quanto raccontato: nessuna possibilità di prenotazione nelle strutture pubbliche della provincia di Catanzaro, per saturazione dei calendari. Ho avuto già modo in passato di esprimere dei dubbi sulla liceità della sospensione delle attività di prenotazione disposte dal CUP che, a mio sindacabile parere, si configurano come interruzione di un pubblico servizio.  In questa mia riflessione mi sento confortato: dal Piano nazionale di governo delle liste di attesa (P.N.G.L.A.)  e da quelli regionali (P.R.G.L.A.); dalla Legge 23 Dicembre 2005, n. 266, art. 1, comma 282 (Finanziaria 2006), che vieta la sospensione delle attività di prenotazione delle prestazioni; dalla Legge 23 Dicembre 1994, n. 724, art. 3, comma 8, che prevede l’obbligo di tenuta del registro delle prestazioni specialistiche ambulatoriali, di diagnostica strumentale e di laboratorio e dei ricoveri ospedalieri ordinari.

Infine, più fresca di emanazione ma testardamente non recepita, la Legge 29 Luglio 2024 n. 107 di conversione del Decreto Legge 7 Giugno 2024 che fa esplicito divieto alle strutture pubbliche e private accreditate di chiudere o sospendere le agende di prenotazione. L’esautoramento palese della normativa in vigore, non solo nei casi sopra descritti ma anche in tanti altri, non lascia scampo all’utente: adeguarsi o decidere di lasciar perdere e rassegnarsi.  Ma un’ultima vicenda di disagio dei cittadini malati, che prego chi di dovere di attenzionarla, riguarda una signora di nazionalità rumena con patologia oncologica che ha sistematicamente bisogno di rimuovere e rimettere il catetere e, per sottoporsi a controlli specialistici, di essere accompagnata per raggiungere le strutture sanitarie pubbliche. L’ultima volta che gli operatori dell’ADI (assistenza domiciliari integrata) si sono recati a domicilio per cambiare il catetere erano ormai trascorsi più di 30 giorni. Per le visite di controllo programmate, l’ACMO, che si è sempre occupata del trasporto della paziente, ha per carenza di risorse, comunicato di non potersene più occupare. L’anziana signora vive con un giovane nipote e con una situazione economica che non le consente di affrontare spese per l’accesso ai servizi privati; l’unica alternativa è rinunciare a curarsi. A tal proposito penso che, se un solo cittadino viene messo nelle condizioni di non potersi curare, spetta alla società civile alzare la voce e gridare all’unisono che le risorse disponibili per le armi, per le guerre e per la morte debbano rientrare, senza se e senza ma, nella disponibilità di chi vuole vivere.

 

Fiore Isabella

(Ex responsabile TDM Lamezia Terme)


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