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11 settembre 2026

News

Morta Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo: da Petilia Policastro a Milano, la sua storia interroga la scuola sul valore della testimonianza


Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profondo cordoglio per la morte di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, deceduta a trentacinque anni dopo essersi lanciata da una finestra. Il gesto risale a domenica 6 settembre; Denise, ricoverata in condizioni gravissime, è morta in ospedale quattro giorni dopo. Una conclusione drammatica che richiede rispetto e particolare cautela, soprattutto nel ricostruire le ragioni di una decisione personale sulla quale non sono ammissibili interpretazioni affrettate.

La sua storia unisce luoghi e territori diversi. Le radici familiari sono a Petilia Policastro, nel Crotonese, mentre Milano è la città nella quale, il 24 novembre 2009, Lea Garofalo fu uccisa dopo essere stata attirata dall’ex compagno Carlo Cosco. La vicenda giudiziaria che ne seguì mostrò ancora una volta come la ’ndrangheta fosse in grado di estendere relazioni e interessi ben oltre i territori calabresi di origine.

Denise era ancora molto giovane quando si trovò al centro di questa frattura familiare e criminale. La sua testimonianza contribuì in maniera significativa all’accertamento delle responsabilità per l’omicidio della madre. Carlo Cosco venne successivamente condannato in via definitiva insieme ad altri responsabili. Per Denise seguirono anni di protezione, una nuova identità e la necessità di costruire la propria esistenza lontano dai riferimenti precedenti.

È proprio questa parte della sua storia che oggi merita una riflessione più attenta. L’attenzione pubblica tende a concentrarsi sulla denuncia, sul processo e sulla sentenza, mentre rimane spesso meno visibile ciò che accade successivamente a chi ha assunto decisioni capaci di modificare radicalmente il proprio percorso personale. Sicurezza, lavoro, autonomia economica, relazioni e possibilità di ricostruire una quotidianità costituiscono aspetti essenziali di un percorso che non termina con la conclusione del procedimento giudiziario.

La morte di Denise non consente di stabilire un rapporto diretto tra il suicidio e gli eventi che hanno segnato la sua vita. Ogni eventuale elemento di rilievo giudiziario dovrà essere accertato nelle sedi competenti. Ciò non impedisce, tuttavia, di interrogarsi sulla condizione di chi, dopo aver contribuito all’azione dello Stato contro la criminalità organizzata, deve affrontare nel tempo le conseguenze personali e sociali di quella scelta.

In questo quadro la scuola assume una responsabilità specifica. La storia di Lea Garofalo e Denise Cosco non dovrebbe essere proposta agli studenti attraverso una rappresentazione esclusivamente commemorativa. Da Petilia Policastro a Milano, dalla Calabria alla Lombardia, essa permette di comprendere la dimensione nazionale dei fenomeni mafiosi e la loro capacità di incidere sulle famiglie, sulle relazioni sociali, sulle attività economiche e sulla libertà delle persone.

Educare alla legalità significa anche spiegare ciò che avviene dopo una testimonianza. Significa far comprendere che sottrarsi a un contesto criminale può comportare una profonda ridefinizione della propria esistenza e che alla scelta individuale deve corrispondere una responsabilità istituzionale capace di proseguire nel tempo.

La scuola può offrire alle nuove generazioni gli strumenti per leggere questa complessità senza ricorrere alla retorica dell’eroismo o a una rappresentazione esclusivamente vittimistica. Denise non può essere ricordata soltanto come la figlia di Lea Garofalo o come la giovane che testimoniò contro il padre. La sua vicenda pone una questione più ampia: quale spazio siamo capaci di garantire, nella società, a chi rompe un sistema di appartenenze e condizionamenti criminali e deve successivamente ricostruire la propria vita?

La sua morte lascia interrogativi ai quali oggi non è possibile attribuire risposte definitive. Alla scuola compete però un compito preciso: trasformare questa storia in conoscenza critica, affinché gli studenti comprendano che il contrasto alle mafie non riguarda soltanto indagini, processi e condanne, ma anche la capacità delle istituzioni e della comunità di accompagnare nel tempo le persone che hanno scelto di sottrarsi alla logica mafiosa.

Prof. Romano Pesavento

Presidente CNDDU


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